24 aprile 2012

Libri o giocattoli? Un salto alla Fiera dei Librai a Bergamo

Il titolo non è da fraintendere. Il mio non è un dubbio sul genere d'acquisto: compro un libro o meglio un gioco, se per esempio devo fare un regalo a un bambino?
No, il mio dubbio sorge ogni volta che vado in libreria con Bianca e Luigi. I reparti libri dedicati ai bambini pullulano di una quantità progressivamente sempre più nutrita di libri che libri non sono, perché in realtà sono accessoriati per essere dei giocattoli, o nel migliore dei casi dei tutorial: tastiere che suonano, pulsantiere per fare rumori a seconda della figura che compare sulla pagina, biro per schiacciare pulsanti elettrici, macchinine a molla che percorrono piste su pagine cartonate, colle per vetrofanie, mascherine per stencil, perline per fare gioielli, adesivi da incollare su scenari vuoti, mattoncini di Lego...
Condivido l'indicazione di non proporre ai bambini sotto l'anno libri di carta. Per affezionarsi all'oggetto hanno bisogno di libri-gioco, che si possano anche lavare visto che più che sfogliare probabilmente tenteranno di masticarne le pagine. Bellissimi i libri in stoffa, morbidi e colorati, che si prestano a diverse esperienze tattili, che fanno rumore se stropicciati... ma che poco hanno a che vedere con l'elenco che ho fatto sopra. Nel quale compaiono articoli che sono adatti a bambini dai 4 anni in su e che sfruttano il formato libro per vendere altro.
Questo sfogo perché ieri sera siamo andati a fare un giro a Il Salone dei Librai di Bergamo. Nonostante i librai che organizzano l'evento siano pregevoli e di nicchia, l'allestimento dell'area bambini è scivolata nella proposta di numerosi (troppi) libri/giocattoli. L'area in realtà è allestita bene, c'è anche un bell'angolo dove si organizzano laboratori creativi e didattici. Per esempio, Luigi ha avuto modo di vedere come si costruisce una Bat Box di legno, ovvero una casetta per i pipistrelli (iniziativa organizzata dal Parco delle Orobie Bergamasche), e di portarsela a casa. Ma allora perché, visto il buon livello di librai e laboratori, non fare una proposta di letture per l'infanzia un po' più selezionata, evitando tutti quegli scaffali di libri/giocattolo?

23 aprile 2012

Seridò

Non ero mai stata a questa "festa dei bambini". Le colleghe me ne avevano parlato in termini entusiastici l'anno scorso; io mi ero appuntata il tutto in un angolo del cervello ripromettendomi una visita per l'edizione successiva. In realtà non ci ci avevo più pensato fino a quando la settimana scorsa non ho visto spuntare qua e là, sui siti dedicati alle mamme, i banner che pubblicizzavano l'evento.
Poi sabato mattina è arrivato l'invito di una coppia di amici (genitori di una bambina) a unirci alla loro scampagnata a Montichiari (BS), per una giornata in fiera con tanto di picnic. Così, tentata in realtà dall'idea di una visita a Milano per un'iniziativa del Salone del Mobile dedicata alla categoria KIDS ma impietosamente stroncata da Cesare, alla fine Seridò ha avuto la meglio.
Ecco qualche foto della giornata. Luigi e Bianca si sono entusiasmati per il giro della fiera sul trenino elettrico, si sono tenuti alla larga dai gonfiabili, hanno osservato e provato a praticare le attività sportive proposte in alcuni stand (il calcio, il monopattino, la gara di trattori a pedali...), hanno adorato i laboratori a base di colla e ritagli e costruito una intricatissima pista ferrovia. A me e a Cesare, relegati questa volta al ruolo di accompagnatori zelanti nonché spettatori del divertimento dei figli, ha fatto molto piacere trovare un posto dove i bambini non sono invitati a "fini di lucro", ma semplicemente per sperimentare, scoprire e giocare.









19 aprile 2012

Se lasci a casa il cellulare

Stamattina, già seduta sul treno delle 7.30 per Milano, mi sono accorta di essere uscita di casa senza cellulare. Attimo di panico: troppo tardi per tornare a prenderlo, ad aspettarmi c'era un’intera giornata  lontana da casa e due appuntamenti con ex colleghe (programmati il giorno prima per una veloce colazione appena fuori dal metrò e per la pausa pranzo in un locale ancora da decidere).
Ma non era solo questo: mi sentivo a disagio senza avere tra le mani il telefono, senza la possibilità di guardare la posta, i messaggi su Facebook, aggiornarmi sullo stato dei figli ancora addormentati quando ero uscita di casa, mandare un messaggino per ritrovare magari un’amica sul treno.. e oltrettutto non avevo nemmeno comprato il giornale per via delle ferie del giornalaio della stazione. Ultimo appiglio, nel mio nervosismo, costretta a una quiete imprevista - senza amiche con cui chiacchierare, senza possibilità di telefonare/chattare/messaggiare/navigare, nonché leggere magazine e quotidiano - ho tirato fuori il mio grazioso e-book reader, ricaricato fortunatamente il giorno prima ma ancora piuttosto sguarnito di titoli. Nell’esigua rosa di letture possibili ho aperto "Un indovino mi disse" di Tiziano Terzani e mi sono dedicata alla sua lettura, perlatro molto coinvolgente. Poco a poco mi sono tranquillizzata/rassegnata, le parole di Terzani sembravano scritte apposta per me in quel momento: una critica serena ma spietata del mondo occidentale, della sua superficialità e incapacità di soffermarsi sulle cose, il ruolo del caso che casuale non è, la necessità a un certo punto della vita e di vivere più “slow”, per tornare a osservare davvero ciò e chi ci sta intorno... insomma, tutti pensieri su cui il mio cellulare non mi avrebbe consentito di meditatre se l’avessi avuto in tasca J La lettura è proseguita fino alla stazione di Milano Centrale, ininterrotta. Anzi, ho letto anche sul metrò e per strada, indisturbata.
Arrivata in ufficio però mi sono precipitata ad aprire il pc, a scrivere mail e messaggi su Skype e FB per avvisare che ero reperibile solo su un fisso. La giornata di lavoro è poi trascorsa tranquilla.
Sul treno di ritorno, di nuovo sola e disconnessa, ho ripreso la lettura. Nonstante le chiacchiere delle studentesse vicine mi sono appisolata per qualche minuto e poi risvegliata a Bergamo. In testa avevo una domanda: come si faceva fino a 100 anni fa a incontrarsi con un amico, soprattutto se viveva lontano (e per lontano bastava vivere in due province diverse anche se confinanti)? si scrivevano lettere? si aspettava pazienti una risposta? ci si dava appuntamento sperando non succedessero imprevisti? Probabilmente sì. Quanto invece ai miei appuntamenti con le ex colleghe milanesi fissati per colazione e pranzo sono saltati tutti, non essendoci  sapute coordinare tra cellulari e pc. Chissà cosa avremmo combinato 100 anni fa!?

8 aprile 2012

Il Pediatra di montagna

Passando la maggior parte del nostro tempo (più o meno) libero in montagna, ci capita spesso (come durante questa Pasqua) di aver bisogno di un pediatra.
Abbiamo conosciuto il Pediatra di montagna due anni fa, approcciandolo in un ambulatorio del posto aperto anche ai turisti. La prima cosa che ci stupì, dopo la visita, fu che sulla sua carta intestata per le ricette mediche comparivano sia il numero dell'ambulatorio sia quello dell'abitazione, numeri che subito meticolosamente mi appuntai (non puoi fare altro se sei rimasto segnato dalle trafile dei prontosoccorsi pediatrici nel week end).
Così la volta successiva che è capitato di averne bisogno - purtroppo pare che l'aria di Varena non faccia bene a Bianca, visto che ogni volta che ci mettiamo piede  si ammala - l'ho chiamato, direttamente a casa (era sabato, gli ambulatori erano chiusi).
Ero pronta a sentire la voce di una segreteria telefonica o almeno a essere tenuta in attesa per qualche minuto per poi sentire un messaggio preregistrato. Invece, non solo il Pediatra di montagna ha risposto subito, ma si è detto disponibile a passare a trovarci per una visita! Detto fatto, è arrivato poco dopo, abbigliato come uno scalatore, abbronzato, sorridente e con la valigetta da dottore. Di lì è iniziato il rito che si ripete (purtroppo per noi) ogni volta quando lo chiamiamo (ahimé sempre in giorni che dovrebbero essere di vacanza). Si siede sul divano accanto ai bambini, chiacchiera amabilmente del più e del meno con me e con i presenti in casa, poi parte con la visita alla piccola malata, quindi prosegue con un'estesa illustrazione della diagnosi. Fatto questo, inizia a trascrivere il tutto sulla carta intestata. Si fa quindi pagare, emette regolare fattura e si congeda, raccomandandosi di chiamarlo per aggiornarlo sulle evoluzioni della malattia (nel frattempo ci ha forniti anche del suo cellulare). Il tutto dura almeno una quarantina di minuti.
A volte ci mette un po' di più ad arrivare, può capitare infatti che sia la moglie a risponderti perché lui è fuori o perché sta riposando (ma chi conoscete voi che in età lavorativa riposa al pomeriggio?). Ma lui ti richiama non appena si libera o si risveglia! Se può ti riceve in uno degli ambulatori presenti in valle (come capitava la scorsa estate), altrimenti ti raggiunge a casa. Tra l'altro, mostrate le varie diagnosi alla Pediatra di città, abbiamo avuto conferma che i due sono allineati quanto a modalià di procedere e prudenza nel prescrivere medicinali ai bambini.
Mia madre sostiene che una volta i pediatri erano tutti così, venivano a casa per le visite, si intrattenevano amabilmente con le nonne che gli offrivano il caffè e non avevano fretta di passare al cliente successivo. Probabilmente vivevano meglio, come a me sembra che vivano meglio il Pediatra di montagna, i suoi piccoli pazienti e le loro mamme.
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