17 gennaio 2012

Sport, competizione e figli

Per la prima volta ho deciso di partecipare al Blogstorming di Genitori Crescono (non un mommy blog, ma un blog per genitori e c'è molta differenza).
Il tema proposto è la competizione. La prima che viene in mente in tema di figli è quella fra neogenitori alle prese con le performance dei nuovi nati. Io non la trovo molto interessante, frutto più che altro di insicurezza e legata a inesperienza e cieco innamoramento per i propri piccoli.
La competizione che mi interessa è piuttosto quella che si osserva come istinto nei proprio figli, il cosiddetto spirito di competizione.

Innanzitutto la domanda, che credo molti genitori si pongono più o meno apertamente: mio figlio è competitivo? Domanda secondo me legittima, perché è inutile negarlo, i bambini di oggi hanno davanti un futuro complesso e un po' di sano spirito di competizione e strategia, oltre a moltissimi altri "strumenti", li aiuteranno di certo a percorrere la loro strada. Io non ci trovo niente di male nella competizione se è giusta, ovvero se nasce dal confronto e dal desiderio di ottenere un risultato eccellente (magari impegandosi con dedizione). Lo avevo già detto qui, quando si parlava di formazione e Super Persone, tra buon senso e aberrazioni.

E poi l'altra questione: dove voglio/preferisco che mia figlio sia competitivo? Credo che qui, nel rispondersi, non possano non emergere i retaggi e l'esperienza di ciascun genitore. Nel mio caso, la scelta più volte discussa in questo blog di instradare Luigi (il primogenito) verso lo sport è tutt'altro che casuale.
Non ho mai avuto problemi nello studio, sono sempre stata "una brava" (non "la più brava"), non ho mai sofferto di particolari blocchi emotivi durante gli esami universitari. Ad animarmi e portarmi al risultato scolastico non lo spirito di competizione ma il piacere dello studio e il mantra di famiglia: fai il tuo dovere. Mantra che non funzionava però nelle performance sportive. Pur amando lo sport, da sempre l'agonismo mi ha depresso: le mie peggiori prestazioni avvenivano se c'era di mezzo una competizione, sia che si trattasse di una partita di pallavolo da campionato studentesco, di una pseudo gara di sci o di un torneo di bocce sulla spiaggia. E questa cosa l'ho sempre sofferta, tanto che negli anni ho adottato un approccio "granturismo" allo sport, evitando accuratamente cronometri, punteggi, partenze a arrivi.

Il mio tentativo di guidare Luigi verso lo sport non è dunque casuale, c'è un mio vissuto che mi fa considerare questo settore come un banco di prova. Inevitabile la domanda: è giusto o non è giusto riversare antiche insicurezze sui figli volendoli più competitivi proprio là dove noi ci sentivamo più deboli? Il buon senso ci fa dire che non è giusto, ma anche che è umano che un genitore più o meno consapevolmente voglia evitare alla propria prole le frustazioni patite in gioventù (errare humanum est!).

Concludo: la competizione non deve essere un tabù nell'educazione dei figli, piuttosto va insegnato loro come gestirla e ottimizzarla, tenendo comunque conto che il vissuto di ciascun genitore potrà portare a qualche storpiatura.

Questo post partecipa al blogstorming

3 gennaio 2012

Corso di sci, questa volta non mollo!

Siamo stati in montagna tra Natale e il primo dell'anno, come sempre a Varena, in Val di Fiemme.
Poca neve, ma abbastanza per togliersi la voglia di una sciata noi "grandi" e soprattutto per iniziare a insegnare a sciare ai "piccoli".
Nei primi giorni assolati della nostra vacanza abbiamo scelto di andare alla piccola stazione sciistica di Passo Oclini, dove già sapevo molto operativa una scuola di sci (che, ho scoperto poi, è in target bambini). Non ho esitato un secondo, appena scesa dalla macchina mi sono diretta subito alla biglietteria nonchè centro prenotazioni lezioni e ho fissato un'ora con maestro per Luigi nel primo pomeriggio. Sì, perché uno degli obiettivi di questa vacanza era proprio quello di insegnargli lo spazzaneve e a prendere un impianto.
Fatto questo, la nostra mattinata è trascorsa piacevolmente sulla neve, tra il tapis roulant che ci riportava a monte dopo delle microdiscese con bob (Bianca) e sci (Luigi), la cotoletta con patatine fritte del self service e il sole sulla terrazza dell'Hotel Schwarzhorn. Fino a che non è arrivato il momento della lezione di sci.
Appena Luigi ha visto il maestro si è irrigidito e senza giri di parole ci ha detto che non voleva fare la lezione. Il maestro, giovane e davvero gentile nonostante il marcato accento tirolese, ci ha messo tutta la sua buona volontà per convincerlo a seguirlo, ma niente. Lui ha iniziato pure a piangere.
A quel punto, memore del fallimento con il corso di nuoto, la Mamma Tigre che da qualche parte si nasconde in me è venuta fuori: lezione è e lezione sarà fino all'ultimo minuto che ho profumatamente pagato con il maestro Christoph!
Detto questo a padre e figlio, ho girato le spalle e mi sono allontanta trascinando Bianca (trionfante!) sul bob. Non mi sono più voltata, nonostante gli strilli, nonostante nel frattempo mi chiedessi se stavo facendo il bene e di chi e mi sentissi bieca ed egoista come il padre della povera Alice di La solitudine dei numeri primi (che poi il sole in realtà splendeva alto nel cielo terso, la temperatura era primaverile e il maestro dedicato solo al piccolo). Insomma, questa volta ho tenuto duro (anche se Cesare con gli sci ai piedi ha dovuto fare da "osservatore" fino alla fine della lezione, che comunque si è potuta svolgere tra skilift e pista) e, al termine, ho prenotato altre due ore per i giorni successivi.
Luigi, dopo quella prima lezione, nei giorni seguenti non ha più protestato, ha anche sciato con noi un pomeriggio su una pista azzurra. E con nonchalance ci ha pure comunicato, durante il viaggio di ritorno da Varena e non prima di varcare il casello dell'autostrada a Bergamo, che a lui piace molto sciare, soprattutto col maestro.
Questa volta dunque non ho ceduto, non so per l'egoismo di poter finalmente tornare a trascorrere delle belle giornate all'aria aperta con gli sci ai piedi finalmente in compagnia dei figli o se per la convinzione che a 5 anni (quasi) bisogna iniziare ad accettare che il nostro tempo possa essere strutturato, facendo quello che di dice un maestro (di nuoto, di sci, di disegno, di cucina...) e applicandosi per imparare.
Non so quale delle due cose mi abbia spinto di più a perseverare, ma credo che ora siamo tutti piuttosto soddisfatti, Luigi compreso.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...