1 dicembre 2006

K2: una storia tutta italiana

Ecco la mia tesina per l'orale dell'esame da giornalismo, dedicata alla querelle sorta negli anni dopo l'ascesa italiana al K2 tra Walter Bonatti e i due alpinisti (Achille Compagnoni e Lino Lacedelli) che di fatto arrivaro in vetta grazie al suo aiuto.
"La spedizione italiana che portò alla conquista della seconda vetta più alta della terra, il K2 (8.616 m), si tenne nell’estate del 1954. La missione, finanziata da CNR, Coni e CAI, fu promossa anche dal Governo italiano. L’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi si adoperò infatti a livello diplomatico per ottenere dal Governo pakistano il permesso all’impresa. L’interessamento del Primo Ministro si spiegava con la volontà di rilanciare per mezzo di questa missione l’immagine dell’Italia a livello internazionale. Il nostro Paese, sconfitto nella Seconda Guerra Mondiale meno di 10 anni prima, avrebbe ricevuto il plauso di tutto il mondo se fosse riuscito in un’impresa che aveva visto fallire per tre volte gli alpinisti americani (nel 1938, 1939 e 1953). La missione fu affidata al geologo Ardito Desio (1897-2001), che, autoritario e severo, volle “un’impostazione di tipo militare” e impose a tutti i partecipanti di non parlare della spedizione per i successivi due anni. La squadra selezionata era composta da 11 scalatori, tra cui Achille Compagnoni, Lino Lacedelli e Walter Bonatti. La missione si concluse con successo: come recitano gli Atti del CAI (almeno fino al 2004) il 31 luglio 1954 Lacedelli e Compagnoni partirono verso le 6.30 dal Campo 9 (a circa 8.150 m). Le bombole che portavano sulle spalle smisero di erogare ossigeno a circa 8.400 m di quota, ciò nondimeno verso le sei i due toccarono la vetta. Ricevuta la notizia, gli italiani si lasciarono andare all’euforia patriottica e Desio, al suo rientro, pubblicò quella versione ufficiale della spedizione che suscitò le più famose polemiche della storia dell’alpinismo internazionale.

Le polemiche e il processo
Nel 1964 comparve un articolo del giornalista Nino Giglio che, in occasione del decimo anniversario dell’impresa, tornava sulla vicenda per accusare Bonatti di aver tentato di precedere sulla vetta Lacedelli e Compagnoni. La querela dell’orgoglioso alpinista non tardò ad arrivare e il processo per diffamazione, conclusosi nel 1966, decretò non soltanto la falsità dell’articolo, ma sancì l’importanza del sacrificio di Bonatti per la riuscita dell’impresa. Incaricato con l’hunza Mahdi il pomeriggio del 30 luglio di portare le bombole d’ossigeno al Campo 9, i due trascorsero la notte all’aperto senza equipaggiamento a più di 8.100 m di quota, a causa del noto “equivoco” con i compagni. La mattina lasciarono il luogo dell’orribile bivacco, da cui Mahdi rimedierà amputazioni per congelamento, consegnando però l’ossigeno necessario all’assalto alla vetta.

La verità
A Bonatti non bastò vedere riabilitata la propria figura e volle confutare la versione ufficiale della missione. Nel corso degli anni continuò a sostenere la sua tesi: l’ossigeno finì al massimo a pochi metri dalla meta; Lacedelli e Compagnoni si incamminarono verso la vetta alle 8.00/8.30, dopo aver recuperato le bombole là dove le avevano lasciate lui e Madhi, ovvero a quota 8.100 m: in questo modo l’erogazione dell’ossigeno (10 ore) avrebbe coperto l’intera salita. Né Desio né il CAI furono però disposti ad ascoltarlo. Fu invece l’australiano Robert Marshall, appassionato di storia dell’alpinismo, a dimostrare con un articolo e vecchie foto d’archivio che Lacedelli e Compagnoni arrivarono con l’ossigeno e i respiratori fino in vetta e secondo le tempistiche descritte da Bonatti. Il CAI, latitante di fronte alla comunità alpinistica per quarant’anni, nel 1994 finalmente accettò e rese pubbliche le verità sul contributo di Bonatti e sulle modalità dell’assalto alla vetta del K2. Nell’aprile 2004, in occasione del cinquantenario della spedizione, ha incaricato tre saggi di rilasciare una “chiarificazione storica” sull’evento, destinata a rimanere a lato della versione ufficiale di Desio, senza con questo voler “infierire su chi può avere sbagliato, su chi non ha saputo districarsi nell’ingarbugliata vicenda”.

La ragion di Stato
Perché tanti anni sono passati prima che si mettesse mano all’incompleta anche se ufficiale versione della conquista italiana del K2? Va innanzitutto rilevato che soltanto la morte del longevo Ardito Desio (nel 2001) ha consentito di scalfire quella che aveva ormai le caratteristiche di una “verità di Stato”. Sin dall’anno successivo all’impresa, le voci dei partecipanti si erano levate per esprimere il disagio provato nei confronti del capospedizione. Desio, benché interpellato dal CAI, si negò a qualsiasi confronto chiarificatore con i suoi uomini e, senza mai commentare le nuove testimonianze sulla vicenda, si chiuse nella sua verità. Del resto, la stessa riluttanza era condivisa dal CAI, autorità per eccellenza sulla missione, la cui “chiarificazione storica” si è fatta aspettare fino al 2004. Non stupisce che in quello stesso anno anche Lacedelli abbia deciso di rompere il silenzio e di pubblicare un libro, a quattro mani con il giornalista Giovanni Cenacchi. Avallando la teoria di Marshall, l’alpinista ampezzano, definisce Bonatti un inconsapevole “capro espiatorio”, investito di colpe non sue allo scopo di scagionare la spedizione italiana. Il Governo e l’opinione pubblica pakistana erano stati infatti sul punto di rivolgere gravi accuse al nostro Paese per le amputazioni subite da Mahdi dopo l’imprevisto bivacco nella notte del 30 luglio 1954. Suggerendo, per vie ufficiose, che Bonatti avesse coinvolto l’hunza in una missione scriteriata e sleale, con la promessa di arrivare per primi in vetta, Desio e l’ambasciatore D’Acunzo avrebbero evitato di infangare la missione tanto cara al Governo italiano. Salvaguardando inoltre i rapporti diplomatici tra i due Paesi.

Quale la verità? La storia è davvero complicata e le sentenze dei posteri, invece che dipanare, la continuano a ingarbugliare".

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